La gestione sostenibile delle foreste (GSF) è un concetto che nel contesto italiano si è consolidato a partire dagli anni Novanta del Novecento, in parallelo con il recepimento degli impegni internazionali assunti dal paese a seguito della Conferenza di Rio de Janeiro (1992) e dei successivi processi ministeriali europei noti come Forest Europe. L'obiettivo è mantenere e migliorare nel tempo le funzioni ecologiche, economiche e sociali del bosco, senza compromettere la sua capacità di rinnovarsi.

Il piano di assestamento forestale

Strumento cardine della gestione è il piano di assestamento forestale, un documento tecnico con validità decennale che descrive lo stato della foresta, gli obiettivi gestionali e le prescrizioni operative. In Italia la competenza in materia è regionale: ogni regione disciplina con proprie norme la redazione, l'approvazione e il monitoraggio dei piani, con esiti talvolta difformi in termini di contenuti richiesti e frequenza di aggiornamento.

Un piano di assestamento tipo include:

  • la descrizione della compresa (l'unità di gestione), con cartografia dei tipi forestali;
  • il calcolo della provvigione disponibile e dell'incremento corrente;
  • la pianificazione degli interventi colturali (tagli di maturità, diradamenti, esbosco);
  • le prescrizioni per la tutela delle aree sensibili e la conservazione degli habitat Natura 2000.

Secondo i dati raccolti da CREA Foreste, meno del 30% della superficie forestale italiana è coperto da un piano di assestamento vigente. La quota è più alta nelle regioni alpine, dove la filiera del legname ha tradizioni solide, e più bassa nelle regioni meridionali, dove il bosco è spesso di proprietà frammentata o pubblica non gestita attivamente.

Modelli selvicolturali applicati in Italia

Infrastruttura viaria forestale in Valle d'Aosta, indispensabile per l'esbosco

La selvicoltura italiana adotta modelli differenziati a seconda del tipo forestale e della destinazione prevalente del bosco. Due sistemi dominano il panorama:

Il ceduo

Il governo a ceduo – in cui la rinnovazione avviene per via vegetativa attraverso i polloni – è storicamente il più diffuso nelle regioni appenniniche centro-meridionali. Risponde a cicli di taglio brevi (da 10 a 25 anni secondo la specie) e richiede strutture viarie modeste. Tuttavia la ceduazione ripetuta impoverisce gradualmente la diversità strutturale del bosco e riduce la quota di legno di grandi dimensioni, essenziale per molte specie di uccelli e invertebrati saproxilici.

La fustaia

La fustaia è il sistema di gestione in cui gli alberi vengono lasciati crescere fino a maturità biologica prima del prelievo. Produce legname di maggiore valore, immagazzina più carbonio e ospita strutture di bosco più complesse. La transizione dal ceduo alla fustaia – il cosiddetto "avviamento all'alto fusto" – è prevista da molti piani regionali, ma richiede un periodo di attesa economicamente impegnativo per le proprietà private.

Certificazione forestale e standard internazionali

Due sistemi di certificazione volontaria operano in Italia: FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification). Entrambi prevedono audit periodici da parte di organismi terzi e richiedono il rispetto di criteri che spaziano dalla legalità del prelievo alla tutela della biodiversità. Al 2024, la superficie forestale certificata in Italia ammontava a circa 900.000 ettari, concentrata prevalentemente nelle regioni alpine e in Toscana.

La certificazione forestale non sostituisce la pianificazione pubblica, ma ne integra l'efficacia fornendo garanzie verificabili ai mercati.

Quadro normativo nazionale

Il riferimento normativo principale è il Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali (D.Lgs. 34/2018), che ha ridefinito le competenze tra stato e regioni, introdotto la Strategia Forestale Nazionale e rafforzato il sistema di monitoraggio. La norma classifica le foreste in base alla loro funzione prevalente (protezione idrogeologica, produzione, conservazione della natura, multifunzionalità) e stabilisce i principi ai quali la pianificazione regionale deve conformarsi.

Per gli aspetti legati alla tutela degli habitat forestali di interesse comunitario, il riferimento è la direttiva Habitat 92/43/CEE, recepita nell'ordinamento italiano con il DPR 357/1997.

Prospettive e criticità

I principali nodi irrisolti nella gestione forestale italiana riguardano:

  • Frammentazione della proprietà: circa il 65% della superficie forestale è di proprietà privata, spesso parcellizzata in appezzamenti inferiori a 2 ettari, rendendo difficile l'applicazione di piani gestionali.
  • Sottoutilizzo della risorsa legnosa: l'incremento annuo stimato supera i 35 milioni di metri cubi, ma il prelievo effettivo si attesta intorno a 10–12 milioni, con il rischio di un accumulo di biomassa che aumenta la vulnerabilità agli incendi e agli attacchi parassitari.
  • Adattamento ai cambiamenti climatici: siccità prolungate e anomalie termiche già documentate in varie faggete altomontane e pinete di quota richiedono un aggiornamento dei modelli previsionali alla base dei piani di assestamento.

Fonti di riferimento: CREA Foreste, Ministero dell'Agricoltura, European Forest Institute.